8 Gennaio 2026
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Muore nel Vibonese l’ultimo internato militare italiano: aveva 103 anni. Disse ‘no’ al Nazifascismo e fu deportato

Dopo l’8 settembre 1943 rifiutò l’arruolamento con i tedeschi e fu imprigionato nei territori del Terzo Reich. Tornò a casa nel 1945. Quest’anno la Medaglia al Valore del Presidente della Repubblica

Se n’è andato a 103 anni Raffaele Viterbo, soldato di fanteria, “uno degli ultimi” internati militari italiani, conosciuti con l’acronimo di IMI. Dopo l’8 settembre 1943 rifiutò l’arruolamento con i tedeschi e fu deportato nei territori del Terzo Reich. Tornò a casa nel novembre 1945.

La scelta dell’8 settembre: quel “no” che costò la prigionia

Viterbo fu tra i militari italiani che, dopo l’armistizio di Cassibile annunciato l’8 settembre 1943, rifiutarono di continuare a combattere con la Wehrmacht e la RSI. I tedeschi li riclassificarono come Internati Militari Italiani (IMI) per negar loro le tutele della Convenzione di Ginevra e l’assistenza della Croce Rossa, definendoli “traditori”. Furono oltre 600–800 mila i soldati italiani catturati e deportati tra Germania e territori occupati.

Fame, gelo, lavoro coatto: la vita negli IMI

Secondo le ricostruzioni storiche, gli IMI furono adibiti a lavoro forzato nell’industria bellica, miniere, edilizia: turni massacranti, razioni minime, malattie. Le testimonianze dei reduci parlano di “bucce di patate” raccolte nell’immondizia e di “sbobba” al posto del rancio, mentre d’inverno mancavano scarponi e indumenti adeguati. Il racconto locale su Viterbo — rilanciato oggi dal blog Melissandra Sant’Onofrio — evoca deportazioni tra Polonia, Bielorussia e Russia, il freddo, la fame e una resistenza “a testa alta”.

Novembre 1945: il ritorno a casa e una vita a Sant’Onofrio

Come la maggior parte degli IMI, Viterbo rientrò tra l’estate e l’autunno del 1945: treni merci sovraccarichi, centri d’accoglienza, la lenta riconquista di una normalità negata. Si stabilì definitivamente a Sant’Onofrio, dove costruì famiglia e memoria. Per decenni — come molti ex internati — parlò poco: una “resistenza senza gloria”, spesso dimenticata dalla narrazione pubblica.

La tardiva giustizia della memoria: la Medaglia al Valore

Proprio recentemente era arrivato il riconoscimento: Medaglia al Valore conferita dal Presidente della Repubblica. Un segno dovuto per chi, disarmato, scelse la parte giusta della storia e pagò con la deportazione.

L’ultimo saluto di un paese

Oggi domenica 9 novembre 2025, alle 15.30, la comunità di Sant’Onofrio saluterà Raffaele Viterbo. L’appello alla partecipazione — cittadini, scuole, istituzioni, associazioni — è arrivato dal blog Melissandra Sant’Onofrio, che ha voluto ricordare il “soldato che disse NO” e gli Internati Militari Italiani che condivisero la sua sorte. Un invito che è anche un monito: trasmettere questa storia ai più giovani.

Perché Viterbo riguarda tutti noi

La storia di Viterbo non è solo un lutto locale: è la pagina italiana di una scelta morale collettiva. Gli IMI furono una forma di resistenza civile e militare senza fucile, pagata con lager, freddo e lavoro coatto. Ricordarlo oggi significa difendere una verità semplice: la libertà nacque anche dal rifiuto di chi non accettò di piegarsi.

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