Dopo la formazione della giunta e le prime sedute del consiglio regionale, ci si comincia ad interrogare su chi mai potrà porre un freno al debordante strapotere del governatore. A tal proposito è stato sostenuto che Occhiuto – contrariamente a quello che si è registrato nel corso del suo precedente mandato, caratterizzato da un’opposizione melliflua – adesso sarà costretto a confrontarsi con Pasquale Tridico e Filomena Greco, i quali, già in occasione delle prime riunioni del consiglio, hanno mostrato i muscoli e soprattutto, grazie all’ingombrante figura dell’ex presidente dell’Inps, con forze d’opposizione compattate.
Dei due guerrieri che dovrebbero rendere difficile la vita al presidente regionale, uno ha già deposto le armi, preferendo alla battaglia la comoda poltrona di Strasburgo, in linea con quanto avevamo già sostenuto in relazione alla narrazione progressista – tendente a costruire intorno a Tridico l’immagine dell’eroe senza macchia e senza paura, pronto a sacrificarsi per la propria terra – ipotizzando invece che potesse trattarsi di una delle solite figure di cartapesta, tanto care alla sinistra, e che mai sarebbe rimasto in Calabria a guidare l’opposizione.
Il nodo Greco e l’ombra delle cliniche private
Per quanto riguarda la Greco, va osservato che, sulla scorta dei vari ricorsi presentati al Tar Calabria avverso il criterio utilizzato dalla Corte di Appello di Catanzaro nella ripartizione dei seggi, non è dato sapere quanto tempo avrà a disposizione per condurre l’ipotizzato contrasto al governatore e, soprattutto, in che termini di “durezza” esso sarà attuato. In tal senso non è ozioso ricordare che in campagna elettorale il nome di Occhiuto veniva utilizzato come sinonimo di disastro sanitario; ebbene – essendo noto che, nel momento in cui la sanità pubblica non funziona, ad avvantaggiarsene è quella privata, ed essendo altresì notorio che la famiglia della Greco è proprietaria a Cosenza e provincia di ben cinque cliniche private – è più che lecito nutrire qualche perplessità sull’ipotizzata “lotta dura” all’indiretto benefattore.
Il Pd dilaniato e l’assenza di veri ostacoli politici
Se a tutto questo si aggiunge poi la circostanza che il Pd, principale partito d’opposizione, è dilaniato dalle solite faide interne (da ultimo quella Falcomatà–Irto), è chiaro che dai banchi dell’opposizione Occhiuto non avrà nessun fastidio concreto.
Allo stesso modo siamo convinti che nessun freno al suo potere accentratore potrà essere posto dai vertici nazionali dei partiti della coalizione di centrodestra, poiché l’esito delle risultanze elettorali in Campania – dove Edmondo Cirielli, uomo di riferimento della Meloni nel sud Italia, è stato sconfitto – ed in Puglia, dove Raffaele Fitto è rimasto defilato, preferendo le ovattate atmosfere di Bruxelles, ha conferito nuovo potere ad Occhiuto, il quale è stato l’unico capace di tenere alto lo stendardo del centrodestra nelle regioni meridionali dove si è votato. Questo fa sì che, volenti o nolenti, i vertici romani saranno costretti a subire il “metodo Occhiuto”.
Chi può realmente impensierirlo?
Stando così le cose, è chiaro che oggi, per convenienza o per impotenza, nessuno, nell’attuale quadro politico, è in grado di impensierire più di tanto il governatore calabrese. Ciò posto, bisogna chiedersi chi e cosa potrebbe rappresentare un ostacolo concreto per il dominus della regione. Una risposta che non rischi di apparire scontata e semplicistica non può che essere il risultato di un ragionamento lungo ed articolato.
Il precedente avviso di garanzia e la strategia che lo ha rafforzato
In questo contesto, bisogna partire dal famoso avviso di garanzia della Procura di Catanzaro che portò alle dimissioni di Occhiuto. Quell’atto che era stato ritenuto come l’inizio della fine politica del presidente paradossalmente, invece, ha favorito la sua seconda incoronazione.
Infatti, in seguito alla “felice intuizione” dell’interessato ed alla fortunosa coincidenza con il rinnovo di altri cinque consigli regionali, il cui esito sarebbe stato, quanto a regioni conquistate, favorevole al centrosinistra, mise in moto un “meccanismo” che consentì ad Occhiuto di ottenere dai vertici romani del centrodestra – certi di poter “pareggiare i conti” vincendo le elezioni in Calabria – la garanzia, tutt’altro che scontata in circostanze normali, che, una volta dimessosi, sarebbe stato ricandidato.
Perché anche un rinvio a giudizio non basterebbe
Anche se l’iter procedurale avviato con l’avviso di garanzia dovesse concludersi con un rinvio a giudizio, riteniamo che Occhiuto, sia a causa dei tempi biblici della giustizia italiana, sia per la legittimazione del voto popolare, porterà a termine il mandato secondo i consueti canoni del proprio metodo, senza alcun disagio.
L’unico vero tallone d’Achille: gli amici del “cerchio magico“
Molto diverso sarebbe se gli iter procedurali avviati dagli avvisi di garanzia delle due procure (Catanzaro e Roma), che indagano sugli amici del “cerchio magico” ed i loro benefattori, si dovessero concludere con rinvii a giudizio. In questo caso, non essendoci alcun voto popolare che legittima le loro posizioni, il governatore avrebbe grosse difficoltà a giustificare il loro mantenimento in servizio.
Venuti meno in questo modo i bracci operativi sui quali poggia il suo sistema – il cui schema, desumibile dagli impianti accusatori delle due procure, sarebbe: nomina dell’amico fidato in un posto chiave, il quale successivamente provvede alla distribuzione di prebende ai sodali del cerchio magico, sotto forma di incarichi intuitu personae retribuiti anche nel caso in cui non vi sia stata prestazione lavorativa – allora sì che crollerebbe tutto il sistema che garantisce al presidente di esercitare il suo potere assoluto.
Le responsabilità politiche e il caso Daffinà
Si potrebbe obiettare che le responsabilità penali sono personali e non incidono su Occhiuto, ma è altrettanto vero che quelle politiche connesse all’operato dei suoi uomini sono tutte sue. D’altro canto non è difficile immaginare come si complicherebbe la vita del governatore se non potesse più contare, per i motivi di cui sopra, sull’operato del suo amico più intimo e fidato, quel Tonino Daffinà – sub commissario alla depurazione – indagato dalle due procure per ipotesi di reato che spaziano da corruzione e turbativa d’asta a peculato e traffico di influenze illecite.
È vero che bisogna essere sempre garantisti – ed i politici casualmente lo sono tutti nei confronti di se stessi e dei propri protetti – ma è pur vero che, quando le accuse sono supportate dalle intercettazioni dei diretti interessati e dalla loro viva voce si apprende che uno chiede garanzie sulla riconferma nel proprio incarico e l’altro le offre barattandole con l’assunzione di un proprio raccomandato, non è facile rimanere tali e diventa comprensibile quel sentimento d’indignazione che molti nutrono nei confronti di una certa classe politica, al pensiero di tutte quelle persone, prive di santi in paradiso, che vedono frustrata la loro professionalità, le loro aspettative d’occupazione ed i propri sogni.



