8 Gennaio 2026
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Calabria

Da Murmura a Delrio, dal sogno all’incubo: così è stata smantellata la Provincia di Vibo e affossato un territorio intero

Decisioni miopi e riforme calate dall’alto hanno cancellato competenze, servizi e rappresentanza. Così un’intera provincia è scivolata nell’irrilevanza

Non è un caso che nella Provincia di Vibo Valentia tornino a soffiare venti scissionistici.
Non è un caso che le Serre, esasperate, guardino verso Catanzaro. E non è un caso che i cittadini, ormai stremati, non credano più nella capacità dell’ente di cui dovrebbero essere parte. Non è un caso, appunto. È una conseguenza logica, quasi matematica, di trent’anni di promesse mancate, a cui si è aggiunta – come colpo di grazia – la sciagurata riforma Delrio, la riforma che avrebbe dovuto modernizzare le Province e invece le ha svuotate, cannibalizzate, ridotte a gusci. La riforma che ha segnato l’inizio della fine.

La visione di Murmura e il naufragio di un progetto

Quando nel 1992 la Provincia di Vibo fu istituita, era un atto di coraggio politico, un tentativo di restituire centralità a un territorio soffocato da decenni di marginalità. Antonino Murmura aveva immaginato un ente capace di coordinare sviluppo, infrastrutture, servizi, pianificazione territoriale. Non aveva immaginato un poltronificio mascherato da ente intermedio. Non aveva immaginato un’amministrazione che negli anni Duemila sarebbe arrivata ad avere più collaboratori di Milano. Non aveva immaginato un ente che, tra scandali e paralisi, avrebbe finito per rappresentare per molti cittadini non una casa istituzionale, ma un simbolo di inefficienza. Eppure, nonostante tutto questo, la vera demolizione è arrivata dopo.

La riforma Delrio: il disastro irreversibile

Per anni la Provincia ha barcollato, ma è rimasta comunque un punto di riferimento per strade, infrastrutture, scuole, pianificazione. Poi è arrivato Graziano Delrio, con una riforma presentata come “modernizzatrice”, “sburocratizzante”, “razionalizzatrice”. La verità è che quella riforma ha distrutto l’ultimo argine amministrativo dei territori periferici. Li ha lasciati senza voce, senza risorse, senza rappresentanza. La Delrio non ha solo tagliato competenze: ha tagliato arti vitali. Ha lasciato le Province a metà del guado: non più enti veri, non ancora enti aboliti. Ha tolto soldi, personale, poteri, lasciando in piedi solo il cartello dell’ente con l’emblema araldico. Ha trasformato i presidenti in figure di rappresentanza semi-volontarie, senza capacità di incidere, senza strumenti reali. Ha reso le Province dei manichini istituzionali. In Calabria, dove la fragilità amministrativa era già endemica, l’effetto è stato devastante. A Vibo Valentia, l’effetto è stato letale.

Dalle infrastrutture alla sanità, un territorio sempre più isolato

La riforma Delrio ha prodotto un effetto domino che ancora oggi paghiamo: la manutenzione delle strade ridotta al lumicino, con arterie che sembrano grotte di roccia viva;
gli istituti tecnici e professionali lasciati letteralmente cadere a pezzi; la programmazione territoriale azzerata. Il territorio è rimasto senza un centro di coordinamento, senza un luogo dove strategie e investimenti potessero essere incamerati e tradotti in opere.

Nel vuoto lasciato dalla Provincia svuotata, ciascun comune ha fatto da sé, con risorse minime, senza una visione d’insieme. E un territorio frammentato è un territorio destinato a perdere. È qui che nasce il malessere delle Serre. Non nel 1091, non con Ruggero d’Altavilla, non con la Certosa, non con la storia secolare che le lega a Mileto e dunque a Vibo. Nasce nel 2014, quando la Delrio fa saltare l’ultimo ponte amministrativo tra le comunità e la loro istituzione intermedia

Le lettere che fotografano il malessere

La lettera che ci ha inviato Pino Tassi è una delle fotografie più nitide di questa crisi. Lo dice senza giri di parole: Serra San Bruno che chiede di passare a Catanzaro non è Cortina che passa a Trento. È un territorio disperato che chiede di unirsi a un altro territorio che disperato lo è quasi allo stesso modo. Non c’è logica economica, non c’è logica culturale, non c’è logica storica. C’è solo un malessere profondo, radicato, che nasce da anni di abbandono. Tassi ricorda la storia: le Serre gravitano storicamente su Vibo, non su Catanzaro. Ma la storia serve a poco quando la percezione quotidiana è quella dell’isolamento, della marginalità, dello Stato che arretra.

La seconda lettera, quella di Antonio Scuticchio, racconta l’altra metà della storia: quella della trasformazione culturale delle comunità serresi, progressivamente “attratte” dalla costa ionica catanzarese. Una trasformazione favorita non da politiche catanzarese particolarmente brillanti, ma dal semplice fatto che la trasversale verso Catanzaro è stata completata, mentre quella verso Vibo è rimasta monca, ostaggio di ritardi, litigi, indecisioni. Una parte di Calabria che si muove, l’altra che resta ferma. E quando un territorio resta fermo, il confine amministrativo diventa un fastidio, non un’appartenenza.

La corsa alla poltrona: l’ultima fotografia del declino

Il paradosso di questo momento è che la presidenza della Provincia di Vibo Valentia, oggi completamente depotenziata, continui ad attirare aspiranti salvatori. Non per il potere, perché il potere non c’è più. Non per il prestigio, perché il prestigio è evaporato. Ma per lo stipendio e per l’illusione di poter essere ancora qualcosa. È un’immagine simbolica:
mentre il territorio soffre, le strade crollano, le scuole chiudono, i presidi sanitari arretrano, la politica si contende una poltrona che non decide più nulla. La Delrio ha tolto tutto, ma la corsa alle sedie è rimasta. È la plastica rappresentazione di un sistema che non ha ancora compreso le dimensioni del proprio fallimento

Cancellare la Provincia sarebbe un suicidio

Arriviamo così alla domanda finale: ha senso cancellare la Provincia di Vibo Valentia?
La risposta, per quanto amara, è no. Non perché l’ente funzioni, ma perché abolirlo significherebbe cancellare in un colpo solo Prefettura, Questura, Comandi provinciali di carabinieri e finanza. Senza questi presidi lo Stato diventerebbe un concetto astratto, non una presenza reale. Questo territorio non può permetterselo. Perché tornare alla Provincia di Catanzaro sarebbe un ritorno al passato che renderebbe il Vibonese nuovamente periferia della periferia. Non risolverebbe i problemi del comprensorio Serrese perché la Delrio ha fatto disastri a Vibo come a Catanzaro. Ma allo stesso tempo, lasciare la Provincia nelle condizioni in cui l’allora ministro Delrio l’ha ridotta significa celebrarne ogni giorno un funerale silenzioso.

Il punto di svolta

Siamo arrivati al nodo vero, quello che nessuno ha il coraggio di affrontare: non basta dire che le Province servono. Non basta nemmeno difenderle a parole. Occorre smontare pezzo per pezzo la riforma Delrio, cancellarla senza esitazioni, senza nostalgia, senza tentennamenti. Bisogna riportare le Province esattamente a com’erano prima, quando erano enti intermedi veri, dotati di funzioni, poteri, responsabilità e strumenti per incidere sulla vita dei cittadini.

Una Provincia autentica deve avere un presidente eletto dal popolo, non nominato da un manipolo di amministratori locali; deve avere un consiglio provinciale scelto democraticamente, non un organo di secondo livello che nessuno riconosce come legittimo; deve avere figure responsabili civilmente, penalmente e politicamente delle scelte compiute. Deve essere un luogo dove chi sbaglia paga, non un disordinato parcheggio istituzionale dove tutti scaricano colpe e nessuno risponde di nulla.

Cancellare la Delrio per ricostruire lo Stato nei territori

Una Provincia vera deve tornare ad essere il primo presidio dello Stato dopo i Comuni, il livello intermedio che sta tra il municipio e la Regione, quello più vicino ai bisogni reali delle persone. Perché un ente regionale, per forza di cose, vede il territorio dall’alto; una Provincia, quando funziona, lo vede dal basso, lo attraversa, lo conosce, lo ascolta. Deve essere un ente capace di programmare, decidere, intervenire. Un ente in grado di prendere in carico i problemi di tutti: quelli dei cittadini che vivono in montagna, dove ogni frana può diventare un isolamento di settimane, e quelli che vivono sul mare, dove ogni buca sull’unica arteria può distruggere intere stagioni turistiche. Un ente che sappia coordinare i servizi, difendere le scuole, mantenere le strade, parlare con i sindaci, dare risposte immediate dove la Regione arriva tardi o non arriva affatto.

L’unico modo per salvare i territori interni della Calabria — Vibo, le Serre, l’entroterra, le coste, i paesi dello spopolamento e quelli soffocati dal traffico estivo — è restituire alle Province il ruolo che avevano prima del 2014. Un ruolo operativo, strategico, decisionale. Solo così si può evitare che il Vibonese diventi un’area grigia senza guida e senza futuro. Solo così Serra San Bruno potrà sentirsi parte di un progetto e non vittima di un abbandono. Solo così i cittadini torneranno a riconoscere nell’ente provinciale una casa e non un fantasma.

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