Un’ondata di indignazione attraversa Sicilia, Calabria e molte altre regioni dopo la condanna a quattro anni inflitta a Renato Cortese per il caso Shalabayeva. Familiari di vittime di mafia, associazioni e figure storiche dell’antimafia hanno firmato un appello pubblico chiedendo “giustizia e verità” per quello che definiscono “uno dei più grandi servitori dello Stato”.
“Giustizia o vergogna”: il dolore di chi ha conosciuto la mafia sulla pelle
Nel documento, diffuso in queste ore, il verdetto viene descritto come “sconcertante”, perché rovescerebbe quanto stabilito in appello dai giudici di Perugia, che avevano assolto Cortese con un “nulla di dimostrato”, e quanto sostenuto dal procuratore generale di Firenze, che aveva chiesto l’assoluzione. Una decisione inattesa, che secondo i firmatari “contraddice dodici anni di dibattimento e ribalta una verità giudiziaria già accertata”.
Molti tra coloro che hanno perso un familiare nella guerra contro le mafie ricordano che Cortese è l’uomo a cui si devono la cattura di Giovanni Brusca, di Bernardo Provenzano e di alcuni dei più pericolosi latitanti d’Italia. Un investigatore che ha attraversato la storia della lotta alla criminalità organizzata e che oggi vede il proprio nome travolto da una condanna “che mortifica la storia e genera paura”, come scrivono nell’appello.
La ferita delle famiglie e il timore di una giustizia smarrita
Chi ha vissuto la mafia da vicino parla di “sconcerto e amarezza”. L’appello ricorda che molti dei suoi firmatari hanno visto distrutte le proprie famiglie dalla violenza mafiosa e oggi si dicono “disillusi e scettici” di fronte a una giustizia che definiscono “svilita e ferita”. Viene denunciata una “morte morale inflitta a uno dei simboli della legalità”, un uomo che per anni è stato considerato destinato ai vertici della Polizia di Stato e che oggi affronta una condanna con interdizione dai pubblici uffici.
Il documento insiste sul fatto che “i simboli non possono essere calpestati”, ribadendo piena fiducia nella rettitudine dell’ex questore e sottolineando che la vicenda rappresenta un colpo durissimo per chi ha sempre creduto nelle istituzioni.
Una mobilitazione civile che attraversa regioni, storie e memorie
Tra i promotori ci sono, tra gli altri, Adriana Musella, figlia di Gennaro e figura storica dell’antimafia sociale, Carmine Mancuso, figlio del maresciallo Lenin ucciso dalla mafia, Andrea Piazza, fratello di Emanuele, e numerosi familiari di vittime innocenti, insieme al sindacato FSP Polizia di Stato e a diverse associazioni, da Palermo a Catanzaro. Una rete che abbraccia generazioni e territori, unita dalla stessa convinzione: “Renato Cortese non deve essere lasciato solo”.
Il messaggio a Cortese: “Resisti, siamo con te”
Il testo si chiude con un appello diretto all’ex investigatore: “Ti chiediamo di non mollare. I simboli non muoiono, nemmeno quando il vento soffia forte”. Un invito alla resistenza, ma anche un monito alla politica e alla magistratura: “Abbiamo il diritto di conoscere la verità, e il dovere di difendere chi ha servito lo Stato con onore”.



