“La vittima era il compare di Stefano Sanfilippo, capo locale di Rho, vicino al boss Nunzio Novella, molto vicino da sempre, suo braccio destro. Però se era affiliato o non lo era non lo saprei dire. A quel tempo mi chiamò Vincenzo Rispoli (capo della locale di Legnano-Lonate Pozzolo), mi disse che c’era da fare questo omicidio”. Le dichiarazioni auto accusatorie del collaboratore di giustizia Emanuele De Castro hanno consentito ad inquirenti e investigatori di fare quadrato sul delitto di Nicola Vivaldo, il 66enne, ucciso il 23 febbraio di 25 anni fa, poco prima della mezzanotte in località Mazzo di Rho, raggiunto da quattro colpi di pistola in testa mentre si trovava in auto sotto casa sua. Un omicidio che ha portato il gip del Tribunale di Milano a disporre cinque misure cautelari nei confronti di mandanti ed esecutori, (LEGGI) sotto l’egida della ’ndrangheta di Guardavalle.
Il legame con i Gallace e la sera dell’agguato
Nel corso degli interrogatori, tenuti in un arco temporale che va dal 2019 al 2021, il pentito alla Dda di Milano ha riferito che Vivaldo era molto vicino ai Gallace e al boss Sanfilippo, suo padrino, per “aver cresimato o battezzato uno dei figli di Nicola”, presunto appartenente ad un’organizzazione dedita al traffico di stupefacenti ed armi in Italia e in Svizzera. De Castro ha raccontato del veicolo utilizzato per l’esecuzione del 66enne originario di Isca sullo Ionio, una Volkswagen Golf usata da Stefano Scatolini, ma intestata ad un’altra persona, con una targa smontata per non essere facilmente identificata la sera dell’agguato. Ha narrato di essersi recato insieme a lui e a Massimo Rosi in un locale, in un circolo frequentato dalla vittima, sempre nella zona Rho, ma la sua macchina non era lì e di essersi diretti verso casa sua che ben conoscevano, avendo studiato le mosse, le abitudini di vita della vittima, abitava “in una via diciamo residenziale, c’erano sti condomini, un cancello e c’erano ’sti due palazzoni alti, c’erano delle aiuole mi ricordo all’inizio”.
I ruoli e l’esecuzione
Scavolini avrebbe avuto il ruolo di autista, secondo le dichiarazioni dello stesso collaboratore, mentre lui e Massimo Rosi sarebbero scesi dall’auto per uccidere la vittima. Il pentito ha riferito che era stato proprio Rosi a volersi occupare dell’esecuzione, “ho aperto lo sportello, Rosi mi ha spostato con la mano e ha sparato, per poi scappare in macchina”, mentre al collaboratore di giustizia era stato chiesto di non allontanarsi fino a quando non si fosse accertato della morte di Vivaldo: “E in tutto questo Scavolini era alla guida dell’auto, io mi accertai se era morto, se lo aveva veramente ucciso, mi avvicinai. Ho guardato, ho visto che era morto e ce ne siamo andati”.
La dinamica, descritta da De Castro, ha trovato riscontro nei rilievi effettuati la sera dell’omicidio e nella successiva perizia balistica e autoptica. Infatti il corpo di Vivaldo fu trovato all’interno dell’autovettura, seduto al lato guida con quattro colpi d’arma da fuoco all’emivolto sinistro, con il capo leggermente inclinato verso il sedile anteriore destro. All’interno dell’abitacolo, lato passeggero posteriore, furono poi trovati quattro dei cinque bossoli dei proiettili che attinsero la vittima, mentre il quinto fu recuperato sul vialetto.
“Se questo parla mi fa fare il segno della croce“
L’ordine di condannare a morte Vivaldo per stessa ammissione del pentito sarebbe arrivato direttamente da Guardavalle, dai vertici della cosca dei Gallace, perché ritenuto un confidente delle Forze dell’ordine, l’ambasciata arrivò da Carmelo Novella. Sono diversi i colloqui intercettati in carcere tra Massimo Rosi e i suoi familiari, dove il primo esternò la sua preoccupazione per eventuali dichiarazioni da parte del collaboratore, tanto da chiedere a un suo congiunto di trovargli un lavoro, strumentale all’ottenimento della libertà che gli avrebbe consentitogli di sottrarsi ad una possibile ordinanza di custodia cautelare: “se questo parla mi fa fare il segno della croce”. Gli indagati, già detenuti per altra causa, sono difesi dagli avvocati Vincenzo Cicino, Mauro Ruga, Luigina Pingitore, Michele D’Agostino e Antonio D’Amelio.



