8 Gennaio 2026
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Calabria

Processo alle “nuove leve” della ‘ndrangheta di Vibo, crollano le accuse: una sola condanna e nove assoluzioni (NOMI)

Cade il castello accusatorio sulle presunte estorsioni ai danni di ditte impegnate nei rifiuti e nei cantieri del Superbonus. Per i giudici “i fatti non sussistono” o “non sono stati commessi”

I “fatti non sussistono” o “non sono stati commessi”. Con questa formula sono stati assolti nove dei dieci imputati nel processo celebrato con rito ordinario dinnanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Condannato solo Michele Manco, ma per reati largamante ridimensionati rispetto all’originaria ipotesi accusatoria. I giudici Barbara Borelli, Laerte Conti e Alessio Maccarrone, al termine di un lungo dibattimento hanno, di fatto, smontato il castello accusatorio sulle presunte estorsioni mafiose che avrebbero colpito ditte impegnate in appalti pubblici tra il 2009 e il 2022. Il processo, nato da una vasta inchiesta della Dda di Catanzaro, si è concluso con una vittoria clamorosa del collegio difensivo.

L’unico a essere condannato è stato Michele Manco, riconosciuto colpevole di una tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, con esclusione di molte contestazioni. Per lui, il Tribunale ha inflitto una pena di 6 anni e 3 mesi di reclusione, ben lontana dai 21 anni richiesti dalla pubblica accusa, rappresentata in aula dal pm Eugenia Belmonte. Assolti invece gli altri dieci imputati, tra cui Domenico Macrì (alias “Mommo”), Salvatore Morelli, Francesco Antonio Pardea, Andrea Mantella e i fratelli Mantella Vincenzo e Salvatore, tutti esponenti di primo piano delle cosiddette “nuove leve” della ‘ndrangheta di Vibo, imputati nel maxi processo “Rinascita Scott”.

I fatti non reggono: assoluzioni piene per la maggior parte delle accuse

La motivazione della sentenza, che sarà depositata entro 90 giorni, si preannuncia particolarmente interessante, perché sconfessa la ricostruzione investigativa su cui si fondava l’intero impianto accusatorio. Il Tribunale ha infatti stabilito che Andrea, Vincenzo e Salvatore Mantella sono innocenti rispetto al presunto tentativo di estorsione alla ditta Farfaglia: il fatto non sussiste.

Assoluzione piena anche per Domenico Camillò, Salvatore Morelli e Francesco Antonio Pardea in relazione alle minacce armate e le estorsioni aggravate ai danni della ditta Ased Srl, impegnata all’epoca dei fatti nella raccolta dei rifiuti a Vibo. Nessuna responsabilità è stata riconosciuta nemmeno per il più contestato tra i capi d’imputazione, il numero 5, dove erano coinvolti anche Macrì, Manco, Ruffa e Serra: anche qui il Tribunale ha sentenziato che “il fatto non sussiste”.

Infine, è stato totalmente prosciolto lo stesso Michele Manco da ulteriori capi d’imputazione, compresi i contestati atti incendiari contro i cantieri di ditte impegnate nei lavori del Superbonus 110% e nella costruzione del nuovo ospedale di Vibo Valentia. I giudici hanno ritenuto che non abbia commesso i fatti o che il fatto non sussista.

L’unica condanna: sei anni per un’estorsione legata a un cantiere

L’unico episodio per cui l’accusa ha retto è quello relativo a una tentata estorsione nei confronti della Costruzioni Lucia Srl. Secondo i giudici, Michele Manco avrebbe effettivamente esercitato pressioni e intimidazioni mafiose per costringere l’imprenditore a versare somme di denaro in favore della cosca Pardea-Ranisi, dominante a Vibo. In questo caso, è stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso, ma non l’aggravante dell’associazione a delinquere di tipo mafioso. Da qui il forte ridimensionamento della pena.

Manco è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e dichiarato in stato di interdizione legale per la durata della pena. Dovrà inoltre risarcire le parti civili costituite nel processo: Costruzioni Lucia, De Nisi Srl, Stagno Aedil Srl e Alessandro Cirillo per conto della Edil Costruzioni Srl, con importo da quantificare in sede civile, oltre a 1.350 euro di spese legali per ciascuna.

Una sentenza che spiazza e rilancia il dibattito

La decisione del Tribunale rappresenta una boccata d’ossigeno per la difesa, sostenuta da avvocati di grande esperienza, tra cui Giuseppe Di Renzo, Gregorio Morelli, Walter Franzè (difensore di Michele Manco), Giovanni Vecchio, Manfredo Fiormonti, Diego Brancia, Vincenzo Brosio, Renzo Andricciola, Giuseppe Bagnato e Stefano Luciano.

Le richieste della Procura e la sentenza del Tribunale

La lunga requisitoria pronunciata in aula dalla pm Eugenia Belmonte aveva tracciato un quadro cupo e articolato, nel quale emergevano con forza le pressioni mafiose esercitate nei confronti di imprese locali, soprattutto quelle impegnate nella raccolta dei rifiuti e nella realizzazione di opere pubbliche finanziate con fondi statali.

Nel dettaglio, le richieste di pena formulate dalla pubblica accusa erano state severissime: Michele Manco: 21 anni di reclusione e 30.000 euro di multa, per una lunga serie di estorsioni aggravate e reati incendiari; Francesco Antonio Pardea e Salvatore Morelli (alias l’americano): 12 anni e 10.000 euro ciascuno; Domenico “Mommo” Macrì: 10 anni e 9.000 euro; Andrea Ruffa e Domenico Serra: 7 anni e 6.000 euro a testa; Andrea Mantella, collaboratore di giustizia, per il quale erano comunque stati chiesti 6 anni e 5.000 euro. Era stata invece sollecitata l’assoluzione per Domenico Camillò, Salvatore Mantella e Vincenzo Mantella, ritenuti estranei ai fatti di reato loro contestati al capo 1.

Ma il verdetto del Tribunale, giunto al termine del processo, ha completamente ribaltato l’impostazione accusatoria stabilendo, appunto, una sola condanna e commutando il resto delle richieste in assoluzioni. Per la Procura si tratta di un verdetto difficile da digerire, che potrebbe condurre a un ricorso in Appello e che fa pensare a un più che probabile secondo round in Corte d’Appello a Catanzaro.

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