Dodici anni. Tanto sconterà Francesco Antonio Pardea, ritenuto promotore della ‘ndrina Camillò-Pardea-Ranisi di Vibo Valentia. La terza sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro ha abbassato la pena da venti a dodici anni di reclusione dopo che la Cassazione ha cancellato l’aggravante del “comma 6” dell’articolo 416 bis, quella che punisce i boss con ruoli di comando nei clan mafiosi nell’ambito del filone abbreviato del maxiprocesso Rinascita Scott. Ma nessuna assoluzione: il giudicato sulla colpevolezza resta pieno, così come il riconoscimento del reato di associazione mafiosa con l’aggravante del metodo violento e dell’omertà.
La condanna originaria
Pardea, assistito dall’avvocato Diego Brancia, era stato riconosciuto colpevole dal gup di Catanzaro il 6 novembre 2021 per il reato di associazione mafiosa con funzioni di promotore e organizzatore della ‘ndrina Camillò-Pardea-Ranisi, oltre che per numerosi altri capi di imputazione collegati. La pena, fissata inizialmente a 19 anni (15 anni come minimo edittale, aumentati per la continuazione e ridotti per il rito abbreviato), era stata confermata dalla Corte d’Appello di Catanzaro e successivamente impugnata in Cassazione del suo legale.
L’intervento della Cassazione
La Suprema Corte, con la pronuncia del 22 maggio 2025, ha annullato senza rinvio la sentenza d’Appello limitatamente all’aggravante del comma 6 dell’art. 416 bis c.p., ordinando una rideterminazione della pena. Il principio di diritto ribadito dalla Cassazione chiarisce che, anche in presenza di un annullamento parziale, la parte della condanna già definitiva può essere immediatamente eseguita, a condizione che il quantum di pena sia certo e non più modificabile.
La rideterminazione della pena
Richiamando la giurisprudenza delle Sezioni Unite, la Corte ha stabilito che Pardea deve comunque scontare il minimo edittale previsto per il reato di associazione mafiosa aggravata, pari a 15 anni, cui vanno aggiunti i 3 anni per la continuazione. Applicando la riduzione per il rito abbreviato, la pena definitiva si attesta a 12 anni di reclusione, considerata non ulteriormente riducibile. Con questa decisione, la Procura Generale di Catanzaro può proseguire l’esecuzione della pena nei confronti di Pardea che da quattro anni è recluso al 41 bis, il regime di carcere duro. L’istanza difensiva che chiedeva la non esecutività della sentenza e la sospensione del provvedimento di carcerazione del 4 giugno 2025 è stata di fatto respinta.
Pena ridotta anche per Michele Dominello
Per Michele Dominello, classe 1991, difeso anche lui dall’avvocato Diego Brancia, si chiude con una condanna definitiva a 10 anni di reclusione l’iter aperto dalla Cassazione, che ha annullato senza rinvio l’aggravante del comma 6 dell’art. 416-bis c.p., riservata agli organizzatori e promotori dell’associazione mafiosa.
Dominello, ritenuto partecipe della ‘ndrina Camillò-Pardea-Ranisi e imputato nel maxiprocesso “Rinascita-Scott” con rito abbreviato, risponde di associazione mafiosa, duplice estorsione aggravata e detenzione illegale di armi.
La pena iniziale di 14 anni e 6 mesi, inflitta dal gup e confermata in appello, era stata provvisoriamente quantificata in 11 anni e 4 mesi dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello. Ma l’opposizione presentata dalla difesa ha prodotto effetto: la Corte, valutando l’annullamento parziale, ha riconosciuto come irrevocabile ed eseguibile una pena ridotta a 10 anni tondi, calcolata applicando la riduzione per il rito al minimo edittale di 12 anni previsto per la violazione dell’art. 416-bis, comma 1 e 4, aggravato dal metodo mafioso, e tenuto conto della continuazione.



