Sarebbero stati i familiari e gli amici stretti di Carmine Siena, Palmiro Salvatore Siena e Antonio Anania sfuggiti alle maglie della giustizia dopo essere stati condannati in via definitiva nel processo Stige a garantire loro la latitanza, dopo l’ordine di carcerazione emesso dalla Corte di appello di Catanzaro nel 2024. E’ quanto emerge dall’ordinanza vergata dal gip distrettuale su richiesta del sostituto procuratore della Dda Elio Romano che ha portato a sette misure cautelari, di cui cinque in carcere e due ai domiciliari (LEGGI) nell’ambito di un’inchiesta che conta complessivamente dieci indagati.
I dieci indagati
Si tratta di Caterina Pace, di Cirò Marina, Giovannina Rao, residente a Cirò Marina, Manuela Anania, di Cirò Marina, Francesco Giorno, residente a Cirò Marina, Giuseppina Filippelli, di Cirò Marina, Francesco Pio Gattuso, residente a Cirò Marina, Vittoria De Leo, di Cirò Marina, Claudiu Cioian, romeno, residente a Cirò Marina e Mario Filippelli, di Cirò Marina. Tutti indagati per procurata inosservanza di pena in concorso aggravata dal metodo mafioso.
La latitanza di Palmiro Salvatore Siena
Era il 3 luglio 2024 quando i militari della stazione dei Carabinieri di Cirò Marina sono andati invano a casa di Palmiro Salvatore Siena, per eseguire l’ordine di carcerazione, così come vane si sono rivelate nell’immediatezza le ricerche effettuate in un autosalone e in un’altra abitazione, dove il condannato aveva l’ultimo domicilio, almeno fino a quando l’attività di indagine non si è focalizzata in un complesso residenziale di recente costruzione ubicato a Cirò Marina, dove il 29 settembre dello stesso anno, i militari hanno sentito la voce del ricercato, sono entrati all’interno dell’appartamento e hanno trovato lui, la compagna Caterina Pace e la figlia.
Messaggi veicolati per agevolare la latitanza di Carmine Siena
Anche il primo tentativo dei militari effettuato dalla stazione Carabinieri di Cirò Marina e del Nucleo Investigativo di Crotone a casa di Carmine Siena non aveva dato esito positivo, ma il servizio di perquisizione effettuato ad ampio raggio ha consentito di arrestare Carmine Siena e di trovare, durante la perquisizione domiciliare e personale un telefono cellulare con annessa scheda prepagata. Dopo un’attenta ispezione sul dispositivo telefonico, gli investigatori hanno scoperto che Francesco Pio Gattuso aveva attivato schede telefoniche agevolando la latitanza del condannato, che comunicava con l’esterno grazie alla scheda intestata allo stesso Gattuso, mentre Vittoria De Leo avrebbe consegnato il numero del ricercato ad uno dei fiancheggiatori consentendo la veicolazione di alcuni messaggi.
La fonte confidenziale incastra Anania
Nel corso delle indagini per rintracciare Antonio Anania gli investigatori avevano installato telecamere e effettuato servizi di osservazione nell’abitazione della madre Giovannina Rao, dove il latitante era solito recarsi a pranzo e a cena, in base a quanto dichiarato da fonte confidenziale. Le telecamere avevano ripreso diverse persone che entravano e uscivano dal palazzo monitorato, sito a Cirò Marina, consentendo di rintracciare il latitante proprio all’interno dell’appartamento ubicato al primo piano occupato dalla madre, dalla sorella del latitante Manuela Anania e dal cognato nonché da Francesco Giorno. La visione dei filmati, effettuata fino al momento dell’arresto di Anania, aveva permesso di immortalare l’accesso nel palazzo di affiliati-fiancheggiatori della cosca cirotana, di amici stretti e della fidanzata di Antonio Anania, Giuseppina Filippelli, che portava più volte le pizze, di Antonio Esposito, di Claudiu Cioian (frequentatore degli affiliati Palmiro Salvatore e Carmine Siena, oltre che di Antonio Anania).
Nel corso della perquisizione è stato trovato all’interno di un mobiletto di legno presente in un appartamento attiguo a quello di residenza ma sempre riconducibile alla famiglia Anania, un telefono cellulare, posto sotto sequestro per consentire agli investigatori di identificare gli eventuali fiancheggiatori, coloro che avevano aiutato il latitante ad eludere l’esecuzione del provvedimento di cattura. Dall’analisi tecnica condotta sul dispositivo mobile, risultava che Anania parlava liberamente della sua situazione ad Antonio Esposito e si raccomandava, di non dare a nessuno il numero da cui scriveva, evidentemente per paura di essere intercettato o individuato.
“Come rientro vengo… sto arrivando”
I messaggi intercorsi tra il ricercato e Claudiu Cioan, secondo le ipotesi accusatorie, danno conto dei rapporti tra loro intercorrenti, in particolare in uno di questi Cioian gli scriveva: “.. Come rientra vengo … Sto arrivando”, a riprova che l’indagato era a conoscenza di dove si trovasse il latitante, così come significativo il messaggio con il quale Anania lo avrebbe incaricato di risolvere un problema dell’auto della cugina, ribadendo di essere impossibilitato ad operare in autonomia: “.. se potevo farlo, io non ti chiamavo …”. Cioan, era stato più volte ripreso mentre entrava ed usciva dal portone del palazzo dove il latitante si nascondeva. E’ ritenuto dagli inquirenti una persona di fiducia della locale di Cirò, colui che si impegnava, per come emerge dai messaggi reperiti sul cellulare di Anania, a mantenere il massimo riserbo sul luogo in cui stava consumando la latitanza.
“L’intermediatrice finanziaria”
Mario Filippelli, dall’analisi delle chat WhatsApp, si sarebbe messo a disposizione del latitante per svolgere mansioni che Anania era impossibilitato ad effettuare non potendo uscire allo scoperto. Si sarebbe adoperato tramite la sorella di Anania, Manuela, a fargli recapitare del denaro, una sorta di intermediatrice finanziaria, supportandolo nelle mansioni quotidiane. Quanto alla posizione della madre di Antonio Anania, Giovannina Rao, è indagata per procurata inosservanza di pena, offrendo ospitalità al figlio in attesa che allo stesso fosse fornita altra abitazione in cui nascondersi, consentendo l’accesso nella sua abitazione di affiliati alla cosca “locale di Cirò”.



