Ci sono territori che, pur piccoli nelle dimensioni e nel numero degli abitanti, diventano enormi quando si parla di criminalità organizzata. La provincia di Vibo Valentia, una delle più piccole d’Italia per popolazione, è da anni al centro di una contraddizione feroce: da un lato un’area periferica, marginale, spesso dimenticata; dall’altro un crocevia cruciale delle dinamiche della ’ndrangheta, dove per decenni si sono stratificati poteri criminali, famiglie storiche e gruppi emergenti in perenne conflitto.
Oggi questo pezzo di Calabria detiene un primato che racconta più di tante statistiche: è uno dei territori con il maggior numero di detenuti sottoposti al regime di 41 bis, misura estrema riservata a mafiosi e terroristi considerati ancora oggi in grado di dirigere i clan dall’interno delle carceri. È il risultato di un’azione repressiva durissima che ha inciso profondamente sulle gerarchie mafiose locali, segnando quella che molti magistrati definiscono una vera e propria “stagione di svolta”.
Vibo Valentia, una provincia piccola solo sulla carta
La parabola giudiziaria di molti imputati vibonesi si inserisce in un contesto più ampio e radicato e l’ultimo a finire al 41 bis è stato Michele Fiorillo, detto “Zarrillo”, il presunto boss di Piscopio. La provincia di Vibo Valentia, con appena 160 mila abitanti, è da decenni uno dei territori italiani con la più alta concentrazione di locali di ’ndrangheta in rapporto alla popolazione. Qui hanno operato – e in parte operano ancora secondo le ricostruzioni giudiziarie – strutture criminali storiche come quella dei Mancuso di Limbadi, ma anche un insieme di clan più piccoli, conflittuali e frammentati che hanno alimentato instabilità e violenza diffusa. È un’area dove la presenza delle cosche ha condizionato economia, società e politica, radicandosi fino a diventare parte del paesaggio quotidiano. Per anni, nonostante la portata del fenomeno, molti esponenti ritenuti apicali hanno goduto di latitanze insolitamente lunghe e di una percezione quasi strutturale di impunità. La svolta repressiva degli ultimi dieci anni, però, ha mutato radicalmente il panorama.
Vibo e il 41 bis: quasi il 6% dei detenuti italiani proviene da qui
Oggi la provincia registra un primato rovesciato e significativo: 37 detenuti vibonesi si trovano attualmente al 41 bis e al vaglio del Ministero della Giustizia ci sarebbe un altro paio di posizioni che farebbero salire il numero oltre quota quaranta. Una cifra enorme se rapportata alle dimensioni del territorio.
Su circa 700 detenuti sottoposti al carcere duro in tutta Italia, quasi il 6% proviene da questo angolo di Calabria. È un dato che racconta la portata del lavoro svolto dalle autorità giudiziarie e investigative e che fa emergere un cambio di passo evidente: da provincia dominata dai clan a provincia diventata simbolo della reazione dello Stato.
Le inchieste più imponenti – Rinascita Scott, Imponimento, Rimpiazzo, Costa Pulita, Olimpo e Maestrale-Carthago – hanno letteralmente decapitato quelle che gli inquirenti considerano le strutture mafiose vibonesi, provocando un terremoto giudiziario capace di ridefinire gli equilibri criminali interni.
Che cos’è davvero il 41 bis: isolamento, controllo e interruzione dei contatti
Il regime speciale previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, noto come “carcere duro”, non è una semplice forma di detenzione aggravata. È un meccanismo di isolamento controllato, pensato per impedire che boss mafiosi o terroristi mantengano contatti con l’esterno e continuino a impartire ordini ai clan.
Chi vi è sottoposto vive in condizioni rigidamente circoscritte: cella singola, 21–22 ore di isolamento al giorno, colloqui limitati a uno al mese e solo dietro vetro divisorio, una sola telefonata di dieci minuti ogni trenta giorni, censura totale della corrispondenza e controlli serratissimi su ogni spostamento.
La misura viene disposta con decreto del Ministro della Giustizia, dura quattro anni e può essere rinnovata per successive tranche biennali. I rinnovi sono frequenti, soprattutto quando la Direzione Distrettuale Antimafia segnala un rischio attuale di ripristino dei legami con l’organizzazione.
Dodici carceri in tutta Italia: un circuito ristretto e sorvegliato
Il 41 bis è applicato soltanto in dodici istituti penitenziari italiani, veri e propri poli di massima sicurezza. Le strutture che ospitano i detenuti del regime speciale sono distribuite su tutto il territorio nazionale, da Milano Opera a Sassari-Bancali, da Parma a Novara, da Rebibbia a Tolmezzo, passando per L’Aquila, Spoleto, Terni, Cuneo, Nuoro e Viterbo.
La scelta di dislocare i detenuti su più sedi, spesso molto lontane dalla Calabria, risponde alla necessità di evitare concentrazioni pericolose e di recidere ogni possibile legame logistico o comunicativo con i territori di provenienza. Secondo i dati più aggiornati, gli appartenenti o presunti appartenenti alla ’ndrangheta sottoposti al 41 bis sono 209, un numero superiore a quello dei detenuti di Cosa Nostra e della Camorra. Quasi un detenuto su cinque fra quelli riconducibili alla ’ndrangheta e rinchiusi al 41 bis proviene proprio dalla provincia vibonese.
La repressione come risposta: maxi-processi e territorio che cambia volto
Il “cambiamento vibonese” non è frutto di un’azione improvvisa, ma il risultato di un percorso investigativo e giudiziario lungo venticinque anni, sviluppato dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. Una struttura che negli ultimi anni ha operato sotto la guida di Nicola Gratteri, poi di Vincenzo Capomolla e oggi di Salvatore Curcio, consolidando una strategia basata sulla ricostruzione capillare degli organigrammi mafiosi e sul sequestro sistematico dei patrimoni.
Le grandi indagini hanno inciso sulle famiglie considerate storicamente dominanti, come i Mancuso, ma anche su gruppi radicati nel capoluogo come i Lo Bianco-Barba e i Pardea-Ranisi, sui Bonavota di Sant’Onofrio, sui Fiarè-Gasparro-Razionale di San Gregorio, sugli Anello-Fruci di Filadelfia, sugli Accorinti-Bonavita di Briatico, sui La Rosa di Tropea, sui Galati di Paravati e sui Pititto-Maiolo della zona di Mileto. Nella stessa scia si inseriscono anche i cosiddetti Piscopisani, gruppo al quale la Dda ha associato – nelle ricostruzioni giudiziarie – anche la figura di Michele Fiorillo. Molti di questi procedimenti sono ancora in corso e per gli imputati non condannati in via definitiva resta valida la presunzione di innocenza. Ma il segno lasciato da questa stagione di maxi-processi è indiscutibile: il Vibonese è passato dall’essere uno dei territori più permeati dalla ’ndrangheta a uno dei più colpiti dalle misure di isolamento estremo.
Chi sono i principali boss vibonesi al 41 bis
Il circuito del 41 bis proveniente dal Vibonese è composto da figure che, secondo le ricostruzioni giudiziarie, hanno occupato negli anni posizioni apicali nelle diverse articolazioni della ’ndrangheta provinciale. Al vertice della genealogia mafiosa si colloca Luigi Mancuso, 71 anni, lo storico “Signurinu” di Limbadi, ritenuto dagli inquirenti il più influente capobastone dell’area e condannato a 30 anni. Accanto a lui, seppure in strutture diverse, si trovano esponenti della stessa famiglia, come Pantaleone “Scarpuni” Mancuso, tutti raggiunti negli anni da condanne pesanti per reati di stampo mafioso. A completare il cerchio di potere della cosca figurano soggetti ritenuti di fiducia come Pasquale Gallone, storico referente operativo del clan, e Assunto Natale Megna, anch’egli coinvolto nelle più recenti indagini antimafia.
Accanto alla famiglia di Limbadi si collocano altre storiche presenze criminali della provincia: i Bonavota di Sant’Onofrio con Domenico e Pasquale, ritenuti dagli inquirenti vertici di una delle cosche più radicate del territorio; il gruppo di Filadelfia guidato da Rocco e Tommaso Anello, entrambi condannati per associazione mafiosa; e il fronte di Tropea, rappresentato dai fratelli Antonio e Francesco La Rosa, protagonisti di una lunga stagione processuale culminata nelle inchieste Rinascita e Maestrale.
Nel capoluogo emergono i nomi di Paolino Lo Bianco, considerato erede della storica cosca cittadina, e quello di Antonio Macrì, legato al gruppo Pardea-Ranisi; mentre tra le nuove leve si inseriscono figure come Francesco Antonio Pardea, Salvatore Morelli e Rosario Pugliese, tutti condannati nel maxi-processo Rinascita Scott. Il “quartiere generale” di Piscopio è rappresentato da soggetti come Rosario Battaglia e Rosario Fiorillo, entrati nel circuito del carcere duro dopo pesanti condanne maturate a seguito della lunga faida con il clan Patania.
Nella mappa figurano altri esponenti di rilievo: Saverio Razionale e Gregorio Gasparro per l’area di San Gregorio d’Ippona, i Galati di Mileto, i Maiolo di Acquaro, fino ai capi dell’area costiera come Antonino Accorinti e Antonio Giuseppe Accorinti. A essi si aggiungono figure storiche come Bruno Emanuele, ergastolano delle Preserre, Francesco Barbieri di Cessaniti e Leone Soriano, ritenuto al vertice del gruppo di Filandari. Insieme disegnano la geografia criminale di una provincia che per decenni ha vissuto sotto il controllo delle cosche e che oggi vede i suoi presunti capi isolati nelle sezioni di massima sicurezza sparse per l’Italia.



