In Calabria è uscito l’atteso Avviso di Selezione per i nuovi Direttori Generali dei Dipartimenti regionali. “Selezione”, si fa per dire: chiunque abbia letto il documento – con attenzione o semplicemente provando a mantenerla – ha capito immediatamente che non si tratta di una selezione ma di una manifestazione di interesse con finale a scelta discrezionale, una sorta di talent show istituzionale dove vai sul palco, canti, fai il tuo numero, ma i giudici avevano già scelto il vincitore prima che si accendessero le luci.
Lo dice l’avviso, infatti: “il procedimento… non determina l’approvazione di una graduatoria”. E si valuterà “prioritariamente” il personale interno, poi il personale direttivo, poi i terzi e poi – secondo la tradizione – i santi in paradiso.
La forma è rispettata, la sostanza può attendere.
Skill cercasi: generalisti onniscienti
Leggendo i requisiti, emerge un dato confortante: per diventare Dirigente Generale devi saper fare tutto. E niente. Visione sistemica, decisioni appropriate, innovazione, capacità relazionali, leadership, gestione del cambiamento, un pizzico di carisma e, se possibile, un accenno di bilocazione. Competenze talmente ampie che potrebbero andar bene per un manager pubblico, un mental coach o un capo scout particolarmente proattivo.
Sono profili così generici che ci entra chiunque… purché sia già quello giusto. E a conferma di ciò, la perla: con lo stesso curriculum ti candidi contemporaneamente a tre Dipartimenti diversi. Un unico bando multitasking, in cui puoi indicare tre preferenze, puoi fare sia il manager della Sanità, sia dell’Agricoltura, sia delle Finanze. Stesso curriculum, stessa logica da lotteria. Ricorda le graduatorie scolastiche: scegli la tua sede tra le 20 proposte. Solo che qui non si tratta di insegnanti col programma ministeriale già confezionato, ma di tecnici al vertice della macchina amministrativa regionale.
Come dire, scegli se vuoi fare il Primario alla Cardiologia, alla Geriatria o alla Rianimazione con lo stesso curriculum. Il messaggio implicito? “Non importa dove vai, conta chi ti vuole.” Altro che competenze settoriali: basta essere “quello giusto”, al posto giusto… per chi decide. La tanto sbandierata distinzione tra politica e amministrazione? Archiviata.
Qui siamo alla fusione totale: il dirigente non è più un tecnico imparziale, è l’ombra lunga del decisore politico.
I Dipartimenti e il Carnevale delle Competenze
Ed eccoci alla parte più brillante del documento: le competenze “specifiche” dei Dipartimenti.
Una sfilata di richieste che saltano da una delega all’altra come coriandoli a Carnevale: perfette per tutti, precise per nessuno.
Il Segretariato Generale chiede esperienza in “diversi ambiti”. Tutti, praticamente. Dal catasto all’avvocatura, basta che siano “diversi”. È descritto come il super-ministero di tutto, perfetto per un supereroe Marvel più che per un dirigente.
La Programmazione Unitaria – quella che gestisce miliardi europei – ripete lo stesso mantra: esperienza in “diversi ambiti”. Evidentemente, per governare i fondi UE bisogna anche saper fare un po’ di edilizia scolastica e un pizzico di digitalizzazione mistica. E intanto nei corridoi ministeriali – sussurrato, mai scritto – si racconta che nella nuova politica di coesione 2028-2034 i Ministeri starebbero pensando di riprendersi tutto: gestione, regia, soldi. Alle Regioni resterebbe la cornice, non il quadro. Se davvero andasse così, allora sì: le skill richieste basterebbero eccome. Perché, a quel punto, più che un dirigente servirebbe un passacarte elegante.
Il Dipartimento Infrastrutture pretende competenze da ingegnere strutturista, ma non richiede alcun titolo tecnico. Uno può dirigere opere pubbliche anche con una laurea in storia medievale, purché possegga la “visione sistemica”. Il ponte può attendere, l’importante è il mindset.
Il Governo del Territorio parla di edilizia pubblica e politiche abitative, ma evita accuratamente parole scomode come frane, dissesto, idrogeologia, alluvioni. Una difesa del suolo più vicina alla meditazione che alla geologia.
Il Dipartimento Lavoro, Imprese e Aree Produttive parla di competitività, innovazione, inclusione… ma non cita mai il lavoro vero: politiche attive, centri per l’impiego, formazione. È un Dipartimento “Lavoro” che somiglia più a un volantino motivazionale.
Domani la seconda parte. Sanità senza sanità, cultura senza cultura, turismo dove non dovrebbe esserci, protezione civile senza rischi e il basilico nella carbonara degli Asset Strategici. Stay tuned.



