8 Gennaio 2026
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Calabria

L’onore negato degli eroi di Calabria: mentre il Veneto riabilita il fante Ruffini, la Regione non può più tacere sulla “Brigata Catanzaro”

Occorre rimettere in discussione l'ammutinamento del 1917 per ridare dignità ai fanti decimati, almeno 28, a Santa Maria la Longa in provincia di Udine

Alessandro Ruffini, marchigiano di Castelfidardo, era un artigliere che durante la prima guerra mondiale fu prima bastonato e poi fatto fucilare alla schiena, seduta stante, perché aveva salutato il generale Andrea Graziani mentre egli,  non si capisce bene se tenesse in bocca, un sigaro o una pipa. L’evento sanguinoso avvenne il 3 novembre 1917 a Noventa Padovana davanti a tanti testimoni, rimasti allibiti da tanta ferocia e crudeltà.

L’idea della riabilitazione

Adesso, a distanza di oltre un secolo, il Consiglio regionale del Veneto vuole riabilitare il soldato Alessandro Ruffini. Ma si oppone il partito di Giorgia Meloni, i cui rappresentanti locali – prima tra tutti Elena Donazzan, in atto europarlamentare di FdI – sostengono che è stato giusto fucilare il “traditore”. A voler giocare con la sottigliezza, Serafini, nella circostanza, avrebbe meritato, tutt’al più, un giorno di consegna a pane e acqua per il suo gesto di presunta strafottenza. L’episodio storico ci consegna una mentalità che era, ed è, dura a morire. Una malintesa ed esagerata forma di disciplina. In tempo di guerra le ferree regole militari consegnarono e consegnano tutt’ora il silenzio assoluto, anche se, allora, si formò la “Commissione d’Inchiesta – Caporetto”, presieduta dal generale dell’Esercito, Carlo Caneva; commissione istituita il 12 gennaio 1918 per far chiarezza sulle cause e responsabilità che avevano portato al ripiegamento dell’Esercito Italiano dall’Isonzo al Piave e a tanti episodi vita interna al mondo militare.

L’ammissione di responsabilità

Il caso del soldato Serafini riprese subito dopo, quando, finita la guerra, la madre di Ruffini, nel 1919, denunciò il generale Graziani; il quale ammise ufficialmente le sue responsabilità con una lettera pubblicata sul quotidiano “Avanti!” il 6 agosto 1919 ma non venne mai perseguito. E, di recente, l’amministrazione comunale di Noventa Padovana, esattamente nel novembre 2018, ha richiesto la rimozione delle titolazioni di vie ad Andrea Graziani, con la proposta di dedicare, in futuro, una via o una piazza alla memoria di Alessandro Ruffini. Adesso il Consiglio regionale del Veneto ha approvato, senza il voto di Fratelli d’Italia, una legge per la restituzione dell’onore ai fucilati di guerra.

La vicenda “Brigata Catanzaro”

Una simile fattispecie riguarda la Calabria, e speriamo che la prossima assemblea regionale ne prenda memoria e cura. Tra i tanti episodi del primo conflitto mondiale ci fu la vicenda della “Brigata Catanzaro”, riportata alla luce, a suo tempo, dallo storico Mario Saccà. Il 15 luglio 1917 ci fu l’ammutinamento della “Brigata Catanzaro”. In pratica avvenne un tristissimo episodio culminato nella fucilazione di almeno 28 fanti della “Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa in provincia di Udine; fanti che si opposero ad alcune assurde pretese di taluni graduati. Tuttavia è molto strano che la stessa formazione militare fu definita a suo tempo: “il reparto italiano più coraggioso tanto da meritarsi due medaglie al valor militare”. E non è forse vero che la bandiera di combattimento della “Brigata Catanzaro” è sempre esposta nel Sacrario del Vittoriano a Roma? Gli austriaci, nostri nemici in guerra, provarono sempre grande ammirazione per gli assalti alla baionetta dei fanti calabresi.

Liquidato come ammutinamento

In realtà, quello che la storiografia liquida come ammutinamento, con un po’ di retorica d’annunziana, furono episodi di ribellione dovuti al caos che pervase l’ottusità degli alti comandi militari che si trovarono spiazzati davanti al c oraggio dei fanti calabresi che, andando incontro alla morte, certamente non arretravano di un millimetro di fronte alle ottusità di taluni comandanti. Furono, quelli, eroi dalla testa dura che oggi andrebbero rivalutati come dimostrano i successivi studi dello stesso Saccà. Nel 1999 la compagnia “Krypton” presentò al Teatro Valle di Roma un lavoro di Francesco Suriano, “Rocco u’ stortu”, che è la storia di un bracciante calabrese che partecipa come fante di prima linea della “Brigata Catanzaro” sul fronte del Carso che poi venne fucilato per rivolta e insubordinazione a Santa Maria la Longa. C’è, dunque, tutta un’epopea che va rivisitata per ridare l’onore a quei soldati che furono decimati nonostante il loro sangue venisse copiosamente versato sulle trincee.

Il motto “Per la Patria”

La “Brigata Catanzaro”, il cui motto era “Per la Patria”, nacque il 1° marzo 1915 e fu sciolta nell’isola di Pantelleria il 27 maggio del 1995, mentre la brigata gemella, la Sassari, è ancora attiva. La “Brigata Catanzaro” era composta da due reggimenti di fanteria, il 141° di stanza a Catanzaro Marina e il 142° di stanza a Cosenza, i soldati erano quasi tutti calabresi, conosciuti negli ambienti militari del tempo con l’appellativo “i rossi e i neri” per via delle mostrine che erano appunto rosso-nero. Uno dei suoi giovani ufficiali, Adolfo Zamboni, sottotenente di complemento nel 141° reggimento fanteria della Brigata Catanzaro scrisse un libro, edito da Guido Mauro di Catanzaro, per ricordare i fasti e le glorie di quelle battaglie: Sul Monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone, recita il frontespizio del volume. La città capoluogo ha storicizzato quegli eventi affidando il ricordo perenne al monumento ai caduti che sorge davanti alla Corte d’Appello: esso fu realizzato, nel 1933 da Michele Guerrisi, uno scultore di Cittanova (Rc) che, nel fare il bozzetto, pare si sia ispirato alle eroiche gesta dei fanti calabresi. L’opera, tuttavia, è mancante di un pezzo, infatti, nell’angolo posteriore destro della piattaforma che rievoca l’assalto c’era la statua di una donna piangente che rappresentava tutte le mamme dei caduti. Non si sa che fine abbia fatto questa scultura bronzea: la vulgata più diffusa sostiene che essa fu danneggiata durante la seconda guerra mondiale e, quindi, riposta in uno scantinato di un ufficio pubblico, lasciandola così al saccheggio di ignoti, che, sembra, l’abbiano fatta a pezzi e poi venduta come ferro vecchio.

La cosa più strana

Ma la cosa più strana è un’altra: il libro Cara Catanzaro di Beppe Mazzocca e Antonio Panzanella (Rubbettino, 1987) mostra due foto del monumento ai caduti scattate entrambe nel 1935. In una, la donna è posizionata guardando avanti, nella direzione dell’azione, nell’altra, guarda dalla parte del tribunale. Quale fu il motivo della rotazione? Non è dato sapere, sono state fatte al riguardo delle illazioni, ma esse lasciano il tempo che trovano.

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