Si è conclusa nelle ore trascorse la decima edizione della rassegna culturale che si tiene ogni anno d’estate a Capo Vaticano, nella tenuta dello scrittore Giuseppe Berto.
Chi scrive visitò quel luogo l’anno prima che nascesse “Estate in casa Berto”. Accompagnato dal parroco emerito di Ricadi-Capo Vaticano, don Pasquale Russo, e dalla collega Concetta Schiariti, nel pomeriggio del 24 settembre 2014 mi recai a casa Berto per ascoltare la figlia dello scrittore veneto, Antonia, che allora viveva negli Stati Uniti.
Quell’anno si celebrava il centenario della nascita di Giuseppe Berto.
Il mito politico e umano di Berto
Egli, secondo la vulgata del tempo, passava per un intellettuale di destra e, per questo motivo, era messo all’indice dalla cosiddetta “egemonia culturale” del Pci.
Nel corso della conversazione con la figlia Antonia, la medesima mi dimostrò che il padre, maturando, era di tutt’altra opinione.
Raccontò anche una chicca: Berto nel 1961 si fece crescere la barba e se la tenne per un anno intero in segno di lutto per la morte di Ernest Hemingway. E quando morì lasciò scritto che fosse seppellito nel cimitero di San Nicolò di Ricadi, ovvero Capo Vaticano.
Il rifugio di pietre
Questo era Giuseppe Berto di cui, tra la sterminata produzione, ricordo un suo cammeo:
“Ė un panorama stupendo. E quando di giorno, dalla punta del mio promontorio guardo gli scogli e le spiaggette cento metri sotto e il mare limpidissimo che si fa subito blu profondo, so di trovarmi in uno dei luoghi più belli della terra. Ecco qui costruirò con le mie mani un rifugio di pietre e avrò intorno un pezzo di terra per farne un orto, non molto grande naturalmente perché non ho forza nelle braccia che troppo poco conoscono la fatica, e penso che in conclusione questo potrebbe andar bene come luogo della mia vita e anche della mia morte”.
L’incontro con Antonia Berto
Da molto tempo coltivavo il desiderio di visitare, nel caso si fosse creata un’opportunità, la casa di Berto a Capo Vaticano. Cosa molto difficile perché non conoscevo nessuno, sapevo solo che la moglie Manuela viveva a Roma e che la figlia Antonia a Washington.
Poi si creò l’occasione tramite due fortunati ganci; attraverso due persone del posto: la collega Concetta Schiariti e don Pasquale Russo, intellettuale della zona.
Don Pasquale ha insegnato lettere a Tropea, è autore di numerosi saggi, socio della Deputazione di Storia Patria della Calabria e ha pubblicato una guida turistica, storica e culturale di Tropea e del suo territorio.
L’appuntamento fu per il pomeriggio del 24 settembre nella piazzetta di San Nicolò. Noi tre imboccammo la strada che porta al faro, arrivando in pochi minuti davanti al cancello di Villa Berto dove ci attendeva Antonia Berto, figlia unica.
La coda calda dell’estate ci consentì di sederci nel patio, circondato dalla macchia mediterranea e dall’atmosfera particolare di luogo magico, dove visse un veneto innamorato della Calabria, con la complicità di quest’angolo di incomparabile bellezza, ancora oggi, nonostante la cementificazione.
Amicizie calabresi e impegno culturale
Parlammo di tante cose. Anche dell’amicizia sincera di suo padre con Francesco Tassone e Nicola Zitara, che negli anni ’70 fondarono Il Movimento Meridionale, simbolo il Sole di Tommaso Campanella
Tassone era il presidente del Tribunale di Vibo Valentia e si dimise dalla magistratura per avere le mani libere, mentre Zitara era un intellettuale di sinistra proveniente dalle file socialiste.
Berto tenne, fra l’altro, con Tassone e Zitara una conferenza stampa per affermare le idee ambientaliste, pubblicate poi dalla rivista del Movimento Meridionale “Impegno e disimpegno”.
Altri amici calabresi di Berto furono Leonia Repaci e Mario La Cava.



