8 Gennaio 2026
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Calabria

Bruno Gemelli: “Le storie mi scelgono loro e in Sayonara racconto le donne dimenticate dalla Storia”

Nel suo nuovo libro, il giornalista e scrittore calabrese intreccia 37 ritratti femminili tra coraggio e vulnerabilità, memoria e oblio. Un viaggio nell’anima di un Paese che dimentica troppo in fretta

Penna raffinata, testimone instancabile di decenni di cronaca, saggistica e letteratura civile, Bruno Gemelli torna con “Sayonara”, un libro che racconta la vita — e soprattutto le vite — di chi spesso resta ai margini della memoria collettiva. Donne comuni e straordinarie, eroine imperfette, anime che hanno lasciato un segno. In questa conversazione, Gemelli riflette sul mestiere di raccontare, sul ruolo della memoria e sull’arte del distacco che solo l’esperienza può insegnare. Le sue parole rivelano il senso di un percorso che non cerca applausi, ma verità.

– Da giornalista e scrittore che ha attraversato stagioni molto diverse del nostro Paese, come guarda oggi al mestiere di raccontare?

«Oggi è difficile fare il giornalista perché gli spazi si sono ridotti ulteriormente. Chi proprio non ne può fare a meno perché ha il fuoco dentro, deve sapere che la strada è in salita.»

– “Sayonara” nasce da un nome, ma si trasforma presto in un mosaico di vite. Com’è nata l’idea di raccontare tante donne diverse dentro un unico respiro narrativo?

«Questa pubblicazione ha un antefatto. Nell’autunno del 2024 è uscito un mio saggio dal titolo “I Dimenticati”. Erano e sono i profili di 50 persone, per lo più politici dimenticati. Qualcuno mi ha fatto notare che erano, sono, 48 uomini e solo due donne. Non potevo sopportare l’accusa di misoginia, e così, per riparare il danno, ho fatto questa nuova pubblicazione rischiando di essere definito un grafomane. Il respiro narrativo di questo lavoro è dato dalla unicità delle figure che ho messo in vetrina. Ciascun personaggio è unico nel suo genere. Questo è il filo che lega queste 37 donne. Ma non sono io a scegliere le storie; al contrario sono le storie che scelgono me. Nel senso che, come cronista, ciascuna storia deve contenere un elemento di curiosità, che non deve essere pettegolezzo.»

– Le donne di “Sayonara” non sono sante né eroine, ma persone autentiche, spesso contraddittorie. Quanto era importante per lei restituire anche le fragilità, non solo il coraggio?

«La fragilità la pesa e la misura il lettore, se vuole. Dopo che è uscito un libro non appartiene più all’autore. Tra le 37 figure che tratteggio ci sono anche una suora reclusa, una brigantessa, l’unica donna in Italia ad essere stata fucilata dallo Stato di allora con l’accusa di spionaggio, una serial killer/cartomante, l’assaggiatrice dei cibi di Hitler. E, naturalmente, alcune vittime di femminicidi, col timbro della ‘ndrangheta. E poi ancora figure sorprendenti e positive in un ventaglio colorato e diversificato.»

– C’è una scrittura molto limpida, ma allo stesso tempo piena di ferite. È il frutto della maturità o di una disillusione che diventa stile?

«Entrambi. Il cronista è colpito dalle storie. Quello che viene dopo è grasso che cola, quando viene.»

– Molti dei suoi libri sembrano nascere da un’urgenza: salvare la memoria di persone, luoghi e momenti destinati all’oblio. In “Sayonara”, però, sembra esserci un passo ulteriore: il distacco. È una forma di resa o di libertà?

«La memoria e l’oblio sono una sola cosa. Nel mio piccolo cerco sempre di farli coincidere. Con distacco, perché il mestiere ti porta a questo. Sei consapevole di non aver scritto “I Promessi sposi”.»

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