9 Gennaio 2026
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Calabria

La Provincia di Vibo a rischio secessione: la montagna si ribella al capoluogo e Catanzaro sogna la riunificazione

Secessione, identità ferita e servizi negati: viaggio dentro la frattura che sta riscrivendo la geografia politica della Calabria centrale

La scintilla è nata quasi in silenzio, come accade spesso nelle terre di montagna, dove i malumori circolano sottovoce prima di diventare rumore. Una delibera, un post, qualche commento rubato nei bar e sui social. Poi, all’improvviso, la frattura si è aperta davanti a tutti: i comuni delle Serre vogliono lasciare la Provincia di Vibo Valentia e tornare sotto quella di Catanzaro, la “madre originaria” da cui si distaccarono nel 1992. Un gesto che molti hanno liquidato come folclore amministrativo, quasi un vezzo identitario, ma che in realtà rappresenta la manifestazione più evidente di un malessere antico, sedimentato, mai affrontato davvero.

In questo reportage cerchiamo di capire cosa c’è dietro questa “secessione”, quali ferite ha riaperto, chi la sostiene, chi la teme e perché potrebbe non essere solo una battaglia locale, ma il segnale di una crisi ben più ampia che riguarda tutta la Calabria centrale.

La proposta che rompe l’equilibrio

La miccia l’ha accesa Alfredo Barillari, sindaco di Serra San Bruno, il comune capofila delle Serre e simbolo di un territorio che da sempre vive in bilico tra mistica, isolamento e una modernità che non arriva mai. Barillari, giovane, dinamico, abile nella comunicazione politica, ha riportato al centro del dibattito un’idea che circolava almeno dal 2018, quando una petizione informale chiedeva il rientro sotto Catanzaro. Stavolta, però, non è rimasta un’iniziativa di cittadini: è diventata un atto ufficiale, approvato dal Consiglio comunale. La maggioranza ha votato compatta, mentre l’opposizione ha preferito abbandonare l’Aula, scelta simbolica che ha fotografato meglio di qualunque intervento il grado di tensione in cui si muove la città.

Secondo Barillari si tratta di una scelta “identitaria”, un ritorno alle radici naturali del territorio, culturalmente più vicino alla Sila catanzarese che al mare vibonese. Ma la narrazione identitaria è solo il rivestimento di un dissenso più profondo, che si nutre di problemi concreti: la crisi dell’ospedale, la chiusura di servizi essenziali, la precarietà delle infrastrutture, le incompiute che resistono da decenni. La Trasversale delle Serre, eternamente sospesa tra promesse e ritardi, è diventata il simbolo stesso di un territorio rimasto a metà di tutto: a metà strada, a metà cura, a metà ascolto.

Il fronte dei sindaci e il ruolo decisivo di Spadola

La proposta di Serra ha fatto immediatamente scuola. Molti sindaci dell’area, quasi senza esitazione, hanno manifestato il proprio sostegno: chi per convinzione, chi per impulso emotivo, chi forse per opportunità politica. Sembrava che le Serre stessero per muoversi come un blocco unico, spinte da un desiderio collettivo di riscatto. Eppure, in questo coro quasi unanime si è levata una voce dissonante, quella di Antonio Rosso, sindaco di Spadola, pochi chilometri più in là ma decisivo come un ponte. È proprio Spadola, infatti, il comune che garantirebbe la continuità geografica necessaria per il passaggio ufficiale alla Provincia di Catanzaro. Senza il suo sì, l’intero impianto rischia di diventare solo un esercizio politico.

Rosso ha espresso perplessità nette, osservando che un cambio di Provincia non può essere venduto come panacea di tutti i mali. “Passare da Vibo a Catanzaro non risolve i problemi dell’entroterra”, ha dichiarato, introducendo nel dibattito un elemento di realismo che molti non erano pronti ad ascoltare. Rosso non contesta la legittimità del malcontento, ma mette in guardia da scorciatoie illusorie: i problemi strutturali non si risolvono cambiando ente intermedio, soprattutto quando quegli enti – tutte le Province italiane – sono stati svuotati di risorse da quindici anni di tagli lineari.

La lettera di Anna Murmura: un grido che arriva dal passato

Nel vortice delle polemiche è arrivata una voce che non appartiene all’attualità politica, ma alla memoria collettiva del territorio. Anna Murmura, figlia dell’ex senatore e storico esponente democristiano Antonino Murmura, ha indirizzato una lettera ai sindaci delle Serre. Non un intervento tecnico, non una replica istituzionale, ma un testo che parla di dolore, smarrimento, disillusione.

Per Murmura la richiesta dei comuni non è un atto di “distruzione”, ma un disperato “grido di dolore” contro la spoliazione progressiva del territorio. Richiama il lungo percorso politico – durato oltre quarant’anni – che portò nel 1992 alla nascita della Provincia di Vibo Valentia, un processo voluto da una classe politica che, piaccia o meno, credeva davvero nella rappresentanza dei territori interni. Oggi, quella rappresentanza appare evaporata, svuotata, o semplicemente incapace di parlare la stessa lingua dei cittadini. Le parole di Murmura hanno riportato il dibattito su un piano emotivo che molti avevano sottovalutato: la secessione non è solo una contestazione amministrativa, è una rottura psicologica con un ente percepito come distante.

Catanzaro osserva e annuisce. Mormile: “Istanza legittima”

Sul fronte catanzarese la reazione è stata misurata ma tutt’altro che fredda. Il presidente della Provincia di Catanzaro, Amedeo Mormile, ha definito la richiesta dei comuni una “legittima espressione dei territori”, rimarcando che la tripartizione degli anni ’90 – quella che creò Vibo e Crotone – non fu una scelta felice. Secondo Mormile ha indebolito tutti: ha frammentato le risorse, disperso il potere politico, privato l’“area centrale” della Calabria di massa critica e continuità amministrativa. Per Mormile la direzione naturale è quella di un processo di riaggregazione, lento ma inevitabile, di cui le Serre rappresentano solo il primo segnale. Il presidente non si sbilancia oltre, ma il messaggio è chiaro: Catanzaro non ostacolerà il rientro, anzi ne riconosce implicitamente la razionalità.

Tallini e la strategia della riunificazione politica

L’affondo più politico arriva da Domenico Tallini, che rivendica di aver contribuito alla nascita della circoscrizione unica Catanzaro–Crotone–Vibo in Consiglio regionale. Per Tallini quella fu la prima tappa verso una unità più ampia della Calabria centrale. Nel suo intervento sottolinea che la frammentazione amministrativa non ha prodotto “tre eccellenze”, ma “tre debolezze”, e avverte che senza un percorso condiviso altri comuni potrebbero avanzare la stessa richiesta delle Serre. Secondo Tallini il processo andrà avanti, anche se ci vorranno anni, perché nessun territorio ha tratto beneficio dall’attuale configurazione e molti stanno gradualmente prendendo coscienza della perdita di peso politico subita negli ultimi trent’anni.

Vibo non ci sta. Romeo: “Non torneremo periferia della periferia”

La risposta più dura, quasi rabbiosa, arriva dal sindaco di Vibo Valentia, Enzo Romeo, che definisce la proposta delle Serre un colpo politico enorme, capace di rimettere in discussione il valore stesso dell’autonomia vibonese. Romeo non risparmia critiche: attacca il presidente della Provincia, Corrado L’Andolina, accusandolo di un “silenzio assordante”, e accusa Catanzaro di non aver mai abbandonato la visione coloniale del Vibonese come “periferia della periferia”.

Per Romeo le scelte degli ultimi anni – dal collegio elettorale unico alla gestione della Camera di Commercio, fino alle priorità infrastrutturali sulla Trasversale – dimostrano una strategia chiara: riportare il Vibonese a una posizione subordinata. Una prospettiva che Romeo definisce “inaccettabile”.

La risposta di L’Andolina: “Le Serre sono il cuore pulsante del Vibonese”

Dopo giorni di silenzio, L’Andolina decide di parlare e lo fa cercando di recuperare un equilibrio narrativo che ormai sembra sgretolato. Smentisce che le Serre siano state marginalizzate e rivendica investimenti e continuità amministrativa. Le difficoltà, secondo il presidente, non riguardano solo Serra ma sono figlie del progressivo impoverimento delle Province italiane, costrette a gestire territori enormi con risorse sempre più ridotte.

Nel suo intervento cita l’immagine del Minotauro utilizzata dallo scrittore Gospodinov, avvertendo dai pericoli delle narrazioni-mostro che trasformano un malfunzionamento sistemico in un nemico locale. Le Serre, per L’Andolina, restano parte integrante della Provincia, che “non deve farsi trascinare da voci disgreganti”.

Una scossa necessaria, non una soluzione

L’iter per cambiare Provincia è lungo, complesso, quasi proibitivo. Servirà il via libera delle Province coinvolte, della Regione, del Parlamento, e forse anche dei cittadini. Ma la procedura, in fondo, è la parte meno interessante. La parte interessante è il significato. Per la prima volta dopo anni, un gruppo di comunità interne chiede con forza di essere ascoltato, rompe l’omertà amministrativa che spesso accompagna l’abbandono istituzionale, e costringe tutti – Vibo, Catanzaro, la Regione – a guardare verso le montagne, verso quella Calabria che non fa notizia finché non esplode. La vera domanda non è se le Serre torneranno a Catanzaro. La vera domanda è se qualcuno avrà il coraggio di affrontare i problemi che hanno portato i suoi cittadini a credere che cambiare Provincia possa essere la loro unica speranza. Perché se un territorio arriva a considerare la secessione come un atto di salvezza, non è un territorio che sbaglia. È un territorio che soffre. E una politica che non vuole ascoltarlo.

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